Michael Civin, psicoanalista che vive e lavora a Manhattan, ha scritto nel 2000 uno dei primi libri riguardanti l’effetto della realtà virtuale nella società (Male Female Email, Other Press). In questo contributo, scritto in occasione del Convegno del 2023 in onore di G.B. e pubblicato in Dalla psicoanalisi al pensiero giuridico: Giacomo B. Contri e la scienza del pensiero, Sic Edizioni, Milano, 2024, Civin tratta dell’Intelligenza Artificiale (IA) e la giudica “Artificialità Intelligente” (AI). In questo modo identifica in modo appropriato cosa fa IA: riproduce. Riproduce benissimo il nostro linguaggio e sembra riprodurre quel processo che potremmo chiamare apprendimento perché può acquisire un’euristica decisionale propria.
Ma ciò che l’Intelligenza Artificiale non può fare è giudicare, giudicare inteso nel suo primo e fondamentale significato di distinguere ciò che mi piace da ciò che non mi piace, con l’implicazione di imputare la fonte di tale piacere o dispiacere. L’Intelligenza Artificiale non può giudicare perché non si muove secondo un obiettivo che possa portarle soddisfazione, non segue alcuna legge di beneficio o maleficio: è semplicemente indifferente e sconnessa da qualsiasi nozione di beneficio o maleficio e anche da qualsiasi nozione di vero o falso. Come propone Civin in questo scritto: senza umani che prendano posizione in essa, ciò che chiamiamo Intelligenza Artificiale si dissolverebbe: come può un fenomeno porsi come artificiale quando nulla di genuino si propone in alternativa ad esso, e come può qualcosa porsi come intelligente quando nessun soggetto pensante lo genera?
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