Freud politico – Lettera ai Soci

“La scelta della professione del giudicare dovrebbe avere radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe cioè consistere nell’accedere al giudicare come a una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un peso, un travaglio, e non già un potere, un’affermazione di sé, un’autorità, un prestigio.”

(L. Sciascia, I codici e il buon senso. In A futura memoria (se la memoria ha un futuro), 1989.

Cari soci della Società Amici del Pensiero Sigmund Freud,

Vi scrivo questa lettera che tratta l’idea che mi sono fatta di Freud come politico.

Penso che questo sia il momento storico in cui è necessario parlare di Freud come politico, in quanto teorico di due questioni basilari della storia e della cultura.

La prima è il “disagio della civiltà”.

La seconda è la capacità di giudizio dei singoli sugli eventi storici, politici, economici e culturali.

Il disagio della civiltà si è realizzato per deprivazione della terra del senso e del valore dei tesori storici, economici e culturali prodotti dalla civiltà stessa, assumendo così la forma di terra desolata.

Gli uomini tendono a riempire questa deprivazione con teorie malate e patogene che tale deprivazione in realtà aggravano e rendono ineliminabile.

L’orientamento di pensiero che Freud suggerisce in merito non è la rimozione del disagio, ma l’analisi stessa del disagio.

La psicoanalisi consiste dunque in un lavoro di ripensamento da parte dei singoli soggetti dei propri atti, azioni e scelte individuali che possono aver compromesso l’esito soddisfacente dei rapporti tra singoli di una comunità: pace, infatti, si dà quando tanti riescono a fare accordi che producono successo tra i tanti che hanno lavorato per quegli accordi.

Diceva don Milani che l’accordo tra più soggetti è l’amore, quello tra i pochi è l’avarizia, l’odio e la guerra (vedi La Prima guerra mondiale, o Perché la guerra?).

Freud ne ha scritto molto: il pensiero della guerra l’ha sempre accompagnato come conseguenza del mancato rapporto costruttivo tra gli uomini.

Non possiamo parlare di Freud Politico se non riprendiamo il lavoro da lui fatto a favore di quello che chiamiamo “Tribunale Freud” ovvero della capacità di giudizio dei singoli del successo o dell’insuccesso di tali azioni e accordi, si tratti pure di reati, di cui anche la giurisdizione si occupa.

Freud fa capire che solo il giudizio individuale giuridicamente espresso dai singoli secondo la loro capacità giuridica individuale può fare giustizia; in sua assenza giustizia non si dà.

Freudianamente G.B. Contri ha teorizzato: “allattandomi mia madre” mi ha messo nelle condizioni di farmi soddisfare per mezzo di un altro o di altri per rendere possibile la messa in atto del mio principio giuridico fondamentale, di origine.

Anche nel cosiddetto giudiziario va fatto valere il giudizio giuridicamente posto dal soggetto oppure il giudizio valido non si dà.

G.B. Contri (e io con lui) sostiene che il tribunale che fa giustizia è quello che il soggetto individuale sa porre secondo la sua giuridica competenza.

Quanto da me detto su Freud Politico e Tribunale Freud è solo un primo abbozzo di questi argomenti, che approfondirò in futuro.

Giulia Contri Piscopo

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