Il 4 dicembre 1975 moriva la filosofa tedesca, ascoltata, letta e tradotta ovunque Non smise mai di percepirsi come persona segnata dall’esilio e dal trauma della storia
Victrix causa deis placuit sed victa Catoni, «La causa dei vincitori piace agli dèi, quella dei vinti a Catone»: sembra che fosse questa la citazione – una delle sue più amate – lasciata da Hannah Arendt nella macchina da scrivere la sera in cui morì, il 4 dicembre del 1975, nel suo appartamento newyorkese di Riverside Drive. Aveva 69 anni, insegnava filosofia politica alla New School for Social Research di New York, era ascoltata, letta, discussa e tradotta in tutto il mondo. Nonostante ciò, aveva continuato a percepirsi come una persona che, segnata dal trauma e dall’esilio, non poteva fare a meno di imprimere una distanza tra sé e ogni forma di riconciliazione stabile col mondo e con la storia.
In quei giorni di cinquant’anni fa, stava lavorando alla parte conclusiva di The Life of the Mind, La vita della mente: la sua ultima opera uscita postuma nel 1978. Aveva corretto le seconde bozze della sezione su Pensare, finita la stesura di Volere e iniziato a scrivere appunti per comporre le pagine dedicate a Giudicare. Messa a tema specifico durante le lezioni dedicate alla Terza Critica kantiana nei primi anni Settanta, la questione di come giudicare gli eventi in assenza di norme a priori e criteri trascendenti era stata in realtà da sempre, per così dire, la sua ossessione. […]
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