Nel proporre qui l’articolo pubblicato pochi giorni orsono sul sito www.culturacattolica.it, è bene esplicitarne la pertinenza. Niente di più facile. Bergoglio scrive: «Soprattutto, amavo leggere… leggevo un po’ di tutto, anche i fumetti, ovviamente.» Parafrasando l’Habemus Papam… potremmo dire: «Habemus Papam legentem, cogitantem…». Leggere non è “scrollare” lo smartphone: comporta concedersi tempo per elaborare quel che si è letto: parole, frasi, passaggi.
Che Papa Bergoglio abbia sempre amato la lettura è una buona notizia per tutti: per i credenti e per quelli che fino all’altro ieri erano chiamati “uomini di buona volontà”, donne comprese.
Mi spiace solo non avere potuto accennare ai tanti passi degni di nota in questa autobiografia: un genere letterario cui, a ben vedere, tutti dovremmo aspirare poiché va di pari passo con il desiderio di guarigione. Scrivere la propria autobiografia è l’opposto del narcisismo.
Ed è il lavoro psicoanalitico a tracciare la via per l’uscita dal narcisismo, tema trattato sia da Freud che da G.B. Contri, il cui saggio Una logica chiamata uomo. Uomo versus narcisismo è del 2014, coevo rispetto all’articolo in cui egli conferiva a Papa Francesco il titolo di Socio honoris causa della SAP.
La lettura di questa autobiografia rende evidenti le ragioni di quell’atto, dalle conseguenze ancora inesplorate.
Pubblicazione: mercoledì 19 marzo 2025 – Glauco Maria Genga

Ho appena terminato di leggere l’autobiografia di Bergoglio.[1] Ne scrivo qui per invitare altri a leggerla o a leggerne qualche pagina, immaginando che mi si potrebbe obiettare: «Come? Uno psicoanalista commenta l’autobiografia del Papa, per di più mentre è ancora ricoverato al Gemelli?». So di espormi: il giudizio che si dà sugli altri dice sempre qualcosa circa chi lo emette.[2]
La settimana scorsa, sul Corriere della Sera, Aldo Grasso protestava contro i media che avevano fatto circolare falsi video e commenti ironici sull’attacco subìto da Zelensky alla Casa Bianca: «E’ come se vivessimo in un palcoscenico smisurato, ilare, sinistro, dove non può che andare in scena la tragedia. Di questo vive l’impostura, in un delirio narcisistico.» Accusa precisa, che ritroviamo più volte anche nell’autobiografia di Bergoglio. Aldilà di ogni valutazione stilistica – in cui non mi avventuro – questo libro offre molti passi degni di nota, alcuni davvero sorprendenti. Impossibile menzionarli tutti.
Il Papa racconta l’ingresso in seminario.
Nel dicembre 1955 il giovane Jorge Mario Bergoglio, terminati gli studi presso un istituto tecnico chimico, aveva detto ai familiari che si sarebbe iscritto a medicina. Ma un paio di anni prima, entrando in una chiesa, si era imbattuto in un sacerdote che l’aveva trattato “con amorevole gentilezza”, e l’idea di farsi prete si era lentamente fatta strada in lui. Era arrivato il momento di dirlo ai suoi. Aveva capito che lo scoglio maggiore sarebbe stata la madre, che infatti lo affrontò un po’ rudemente: «Non dicevi che volevi fare il medico? Prima laureati e poi deciderai bene cosa fare.» «Non fu una litigata, fu un confronto franco e serrato, ma lei non avrebbe cambiato idea neanche in seguito. Al punto che non mi avrebbe poi accompagnato nel seminario diocesano, né sarebbe stata presente il giorno in cui feci la mia vestizione da seminarista. (…) in seminario mia madre non venne mai.» Il corsivo è mio perché, leggendo, mi sarei aspettato una reazione ben diversa dai suoi genitori, cattolici e fortemente impegnati nel sociale. Anni dopo, la madre andò all’ordinazione sacerdotale del figlio, ma viene da pensare quale peso dev’essere stato per il giovane seminarista porre in atto quella scelta senza l’assenso di sua madre. Esperienza comune a tanti, credenti e non, ieri come oggi, ad ogni latitudine.
Quella volta che Bergoglio non diede l’assoluzione
Un giorno in confessionale nella chiesa dei gesuiti a Buenos Aires, «si è presentato un uomo, avrà avuto trent’anni e faceva l’avvocato. Con tono superbo ha cominciato a raccontare di minuzie, e poi, di soppiatto e con lo stesso tono, tra una minuzia e l’altra ha infilato con noncuranza che aveva approfittato della domestica. “Questa gente serve un po’ per tutto, non sono come noi” ha detto. Quando ho provato a interloquire, si è alzato e se ne è andato spazientito. La superbia è il più inquietante dei vizi». (p. 257) La superbia, non la lussuria. Poche pagine più avanti, leggiamo che il perdono è per i peccatori, ma non per i corrotti: la corruzione, di ogni specie, è una perversione, compreso «il clericalismo, che è una perversione, l’ideologia che prende il posto del Vangelo (…) problemi profondi, che si perdono nei secoli.» (p. 268)
I desaparecidos, i traumi di guerra e la psicoanalista ebrea
L’Argentina dopo il golpe di Videla (1976): sequestri, terrore, omicidi, torture. Tra le vittime, non poche persone care a Bergoglio, che infatti si adoperò per mettere in salvo molti. In alcuni casi in modo rocambolesco, come quando nascose nella sua auto un giovane affidatogli da un sacerdote uruguayano: «Restò una settimana, mentre si organizzava la sua fuoriuscita in Brasile. Una mattina, di buon’ora, lo vestii da prete, gli consegnai un mio documento d’identità, perché quel giovane in qualche modo mi somigliava, e lo portai all’Aeroparque Newbery, dove lo aspettava un volo per Foz do Iguaçu, la città brasiliana oltre il confine, nella consapevolezza che se l’avessero scoperto l’avrebbero ammazzato, e poi sarebbero giunti a me.» (p.165) Non capita a tutti. Non soltanto quell’uomo è ancora vivo, ma il rapporto tra i due non si è interrotto.
Il racconto più straziante riguarda Esther Ballestrino de Careaga, sua insegnate di chimica: rapita, torturata e uccisa. «Erano situazioni emotivamente durissime da affrontare. Per quasi un anno in questo mi ha dato una mano una psichiatra, una donna ebrea molto saggia e capace, che già mi aiutava a leggere i test psicologici per i seminaristi; andavo da lei una volta alla settimana, e le sue indicazioni mi sono sempre state utili. Le rammento ancora, e ancora oggi mi sono di insegnamento.” (pp. 157-165)
Anni fa, il racconto della medesima esperienza era comparso in un libro uscito in Francia: «Ho consultato una psicanalista ebrea. Per sei mesi sono andato a casa sua una volta alla settimana per chiarire alcune cose. (…) Lei era medico e psicanalista, ed è sempre rimasta al suo posto. Poi un giorno, quando stava per morire, mi chiamò. Non per ricevere i sacramenti, dato che era ebrea, ma per un dialogo spirituale. Era una persona molto buona. Per sei mesi mi ha aiutato molto, quando avevo 42 anni.»[3]
Da Bergoglio a Francesco: homo sum, nihil humani…
Il capitolo dedicato al conclave che lo elesse Papa è tra i più interessanti, a cominciare dal titolo, «Fuori tutti e tutti dentro». (p. 256) Qualcuno potrebbe trarne un’ottima sceneggiatura per un nuovo film, anche migliore del recente Conclave di Edward Berger.
Prendiamo questa frase: «si tratta di avere orecchi per cogliere il vento dello Spirito». (p. 269) È chiaro che, qualsiasi idea si abbia dello “Spirito”, per Bergoglio non si tratta di occhi per vedere, ma di orecchi per udire. Per dirla papale papale, la dottrina paolina della fides ex audito non è lontana dalla tecnica del divano freudiano, che privilegia l’udire rispetto al vedere. Bergoglio mostra di essere rimasto laico anche dopo l’elezione al soglio pontificio. Infatti, in un cenno dedicato alle disposizioni date per la sua sepoltura, scrive: «Quando accadrà, non sarò sepolto in San Pietro ma in Santa Maria Maggiore: il Vaticano è la casa del mio ultimo servizio, non quella dell’eternità.» (p. 255). Non solo: se il ministero petrino è un servizio, allora il Papa, quando dorme e sogna, non sogna da Papa. Bergoglio menziona un noto episodio in cui Giovani XXIII aveva raccontato un proprio sogno: «Mi capita spesso la notte di iniziare a pensare auna serie di gravi problemi. Allora prendo la decisione coraggiosa e risoluta di andare al mattino a parlare col papa. Poi mi sveglio tutto sudato e mi ricordo che il papa sono io». Bergoglio commenta: «Come lo capisco…» (p. 343). Tutto quel che il Papa fa, è sempre personale. Non lo dico io, lo scrive lui stesso ricordando che Paolo VI «amava citare la massima di Terenzio: “Sono uomo, nulla di ciò ch’è umano io lo stimo a me estraneo”.» (p. 269)
Poco dopo il conclave, si rese conto dell’importanza che aveva avuto presso i cardinali un suo breve discorso «a braccio, di quattro o cinque minuti… tenuto all’ultima delle congregazioni generali, le riunioni preparatorie del collegio dei cardinali». Leggendolo, salta all’occhio la centralità della sua denuncia dell’autoreferenzialità, che nella chiesa diventa “narcisismo teologico”. (p. 244) E tuttavia, subito dopo la fumata bianca, il Papa neoeletto, per nulla smarrito, accetta l’invito dei cardinali a brindare con loro: «Ho sorriso e ho alzato il bicchiere: “Che Dio vi perdoni!”.» Quel conclave durò soltanto due giorni (12 e 13 marzo): cinque votazioni per eleggere l’uomo che avrebbe guidato un’istituzione sui generis qual è la chiesa cattolica (per inciso: nel 2018, il governo italiano giallo-verde vide la luce dopo una estenuante trattativa di quasi tre mesi…).
Contro il narcisismo dei nostri giorni
Per Bergoglio, l’autoironia è uno «strumento potente per vincere la tentazione del narcisismo». Egli denuncia il «piacere del non piacere… il crogiolarsi nella malinconia… la seduzione della disperazione, così presente nella coscienza masochistica contemporanea… certi lutti protratti indefinitamente… certi labirinti in cui ci si avviluppa, certe amarezze rancorose, per cui una persona ha sempre in mente una rivendicazione…» (p. 342). Pagine come questa mostrano il suo giudizio solido circa la psicopatologia: un giudizio pressoché ignorato dalla psichiatria contemporanea, abbeveratasi per decenni al DSM, specie di cisterna avvelenata, per dirla con il profeta Isaia.
«My Way»
I colleghi psichiatri che hanno molte primavere sulle spalle hanno dimestichezza con le patografie, ovvero quei saggi che esaminano «una personalità storica attraverso la testimonianza biografica disponibile e le opere prodotte in quanto espressione dello spirito della personalità.» [4]
Honi soit qui mal y pense: a me, l’autobiografia di Papa Francesco ha fatto pensare a My Way, la canzone resa celebre da Frank Sinatra, «I’ll state my case, of which I’m certain… and may I say, not in a shy way»: «Esporrò il mio caso, di cui sono certo… e oserei dire, non timidamente.» Sono versi di Paul Anka, classe 1941, vivente e quasi coetaneo del Papa, che in Spera racconta a testa alta di avere fatto questo e quello: da bambino, da giovane seminarista, poi sacerdote, vescovo e cardinale, fino al conclave del 2013, sapendo bene che quei fatti e quegli atti meritano di essere conosciuti. Da tutti. Si direbbe che, così facendo, abbia voluto avvicinarsi all’ultimo Giudizio. Con una battuta… Bergoglio si porta avanti. Del resto, nel libro vi sono non pochi motti di spirito, soprattutto nel capitolo A immagine di un Dio che sorride. (p. 338)
Due annotazioni per concludere
La Cathedra Petri riprodotta in questa pagina e donata nell’anno 875 dal re Carlo il Calvo a Papa Giovanni VIII, «materializza, come sedile e non tavolo universitario, il posto da cui parla chi ha la facoltà di parlare urbi et orbi. (…) designa il caso, storicamente unico, in cui un tale potere – corrispondente o meno alla facoltà – è conferito a un individuo per conto di una certa Società non omologa ad altre Società.» Sono parole di Giacomo Contri, mio analista e maestro che, dal 2009 al 2017, scrisse su questo stesso sito numerosi articoli, molti dei quali dedicati al Papa. Ad esempio, il 28 marzo 2014: «Conferisco a Papa Francesco il titolo di Socio honoris causa della “Società Amici del Pensiero – Sigmund Freud (S.A.P.)”.»[5]
A proposito delle precarie condizioni in cui versa il Papa in ospedale, la mattina di giovedì 13 marzo, dodicesimo anniversario della sua elezione, ho udito in tv l’espressione cattedra della fragilità. Non mi è piaciuta affatto: la parola fragilità, ormai inflazionata, può confondere: se ci si riferisce ad un organismo provato dall’età e dalla malattia, è un truismo; se invece si vuole indicare una sorta di inclinazione “naturale” all’errore in senso lato, essa non fa che celare la determinazione con cui un soggetto può prendere una strada o un’altra. Impedisce, cioè, di discernere tra salute e psicopatologia, mentre è evidente come Papa Francesco continui a lavorare anche dal decimo piano del Gemelli, testimoniando che la cattedra di Pietro è davvero cattedra del pensiero. Gli rivolgo i miei migliori auguri di una pronta guarigione e di un lungo pontificato.
Glauco Maria Genga,
17 marzo 2025
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[1] Spera. L’autobiografia, di Francesco (Jorge Mario Bergoglio) (Autore), Carlo Musso (a cura di), Mondadori, gennaio 2025.
[2] La verità elementare di questa frase mi era già nota, ma mi è stata ricordata pochi giorni fa dall’amico Alberto Brasioli, che ringrazio.
[3] Pape François, Politique et société : Rencontres avec Dominique Wolton, LGF, 2018.
[4] La definizione citata è di U. Galimberti. Autori del calibro di K. Jaspers e S. Freud si sono cimentati in opere di questo genere: il primo si è occupato di Strindberg, Van Gogh, Swedenborg e Hölderlin, il secondo scrivendo importanti saggi su Leonardo da Vinci, Daniel P. Schreber e il Presidente USA Thomas W. Wilson. Ma vi è di più: Albert Schweitzer (1875-1975) ebbe l’ardire di scrivere Valutazione psichiatrica di Gesù (Psychiatrische Beurteilung Jesu, Tubinga, 1913), testo pressoché sconosciuto e oggi quasi impensabile.
[5] Si veda in questo stesso sito la sezione curata da G.B. Contri, Catechismo dell’universo quotidiano. Rinvio a: https://www.culturacattolica.it/cultura/catechismo-dell-universo-quotidiano/papa-francesco-socio-onorario-della-societ%C3%A0-amici-del-pensiero-sigmund-freud
Pubblicato su: https://www.culturacattolica.it/educazione/father-son/spera-o-la-cattedra-del-pensiero-esercizi-di-auto-biografia
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Società Amici del Pensiero Sigmund Freud L'albero si giudica dai frutti