Digitale e democrazia, regole e libertà: il teologo studioso di bioetica, tecnologie e intelligenza artificiale riflette sul presente. «Per dirla con Amleto, quello che stiamo vivendo è un tempo fuori cardine». Un rischio affidarsi soltanto all’algoritmo. Distinguere vero e falso? È un diritto
Padre Paolo Benanti è la persona che per il Vaticano, come presidente della Commissione sull’intelligenza artificiale, si occupa maggiormente dei temi della rivoluzione digitale.
Usiamo le parole di Umberto Eco sulla televisione. Di fronte all’intelligenza artificiale è giusto essere apocalittici o integrati?
«Questa è una domanda alla quale avrei risposto in maniera molto diversa a seconda del momento di questo secolo in cui ce la fossimo posti. Sono stato vittima anch’io del primo decennio in cui l’arrivo della computazione e lo smartphone sembravano il miglior alleato delle democrazie, l’esempio fu piazza Tahir. Dieci anni dopo tutto ciò è diventato il peggior nemico delle democrazie, come dimostrano le rivolte di Capitol Hill. In questo terzo decennio è arrivata l’intelligenza artificiale generativa. Un sistema di intelligenza artificiale generativo non viene più eseguito nel processore del mio smartphone, ma ha bisogno del cloud, concentrando il potere computazionale. La pandemia, cioè la fine del secondo decennio, ci ha detto che noi abbiamo trasformato alcuni processi analogici della nostra coesistenza in processi digitali. Le riunioni sono diventate Zoom, la firma è diventata firma digitale, non c’è più bisogno di andare in banca, oggi le filiali sono una spesa più che una risorsa per le banche, basta l’app, e per entrare in una serie di alberghi ormai neanche si fa più il check-in, basta appoggiare lo smartphone sulla porta. Tutto è centralizzato nelle mani di chi possiede i server. Ma il problema è che il 70% è proprietà di due compagnie di Seattle, il 100% di sole cinque compagnie al mondo. Un potere immenso a disposizione di pochi». … (segue)
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