The war must go on

Metto a disposizione degli amici che mi seguono il testo che ho preparato per il Simposio on line del 4 aprile della Società Amici del Pensiero.
The war must go on: in Siria, in Libia, la guerra continua. La guerra come igiene del mondo basta che funzioni per produrre morti, ma non cede le armi di fronte allo strapotere di virus e batter
La guerra ha sempre avuto rapporti di buon vicinato con le pandemie: le pandemie ne proseguono il lavoro ottimizzandolo, se non come effetto di certo come evento collaterale. e concomitante. Resta infatti indeciso negli studi se le condizioni di vita create dalla guerra causino mutazioni nei virus e nei batteri, ma tutti convengono sugli effetti nella trasformazione di una malattia in epidemia dell’ammassamento e dello spostamento di truppe, senza alcun riguardo della salute dei soldati, delle carestie e della fame che ne conseguono, degli ospedali da campo per i feriti che lavorano in pessime condizioni igieniche, del ritorno a casa di soldati malati.. Secondo alcuni un tale trattamento di milioni di uomini provocherebbe anche una mutazione nel potenziale patogeno di virus e batteri, secondo altri farebbe solo da cassa di risonanza e diffusione. In ogni caso le condizioni di vita provocate dalla guerra, si conviene, di certo provocherebbero mutazione, abbassamento delle difese immunitarie.

La peste nera del XIV secolo (1347 – 1353), preceduta da un lungo periodo di carestia, e che provocò secondo stime 20 milioni di morti, fu coeva delle guerre dei cent’anni (1337-1453), combattuta da Francia Inghilterra Castiglia e Paesi Bassi nel quadro di un rimaneggiamento dell’ordinamento politico del Medio Evo Europeo e della costituzione degli Stati moderni: guerra “moderna”: vi vennero usate le prime armi da fuoco. Se a veicolarla dall’Asia, dove dapprima era divampata, all’Europa fu la via della seta, la via dei commerci, la peste in Europa poté approfittare del veicolo della guerra.

La peste bubbonica della metà del 1600 descritta da Manzoni ebbe non la sua causa, ma certo il suo terreno di coltura nelle guerre che devastarono l’Europa nel quadro della prosecuzione del riassetto dell’ordinamento dell’Europa in Stati nazionali, nella carestia che ne seguì, nella malnutrizione, nell’ammassarsi nelle città di affamati in cerca di soccorso, nel conseguente disastroso peggioramento delle condizioni igieniche.

La pandemia attiva dal 1917 al 1920, scatenatasi negli ultimi anni della prima guerra mondiale (1914-1918), e che prese il nome di Spagnola perché segnalata dapprima solo dai giornali spagnoli non essendo la Spagna coinvolta nella prima guerra mondiale e quindi non soggetta alla censura di guerra, infettò 500 milioni di persone in tutto il mondo, fino alle isole del Pacifico e del Mar Glaciale Artico, producendo dai 50 ai 100 milioni di morti. Molto più numerose le vittime tra i giovani che tra i bambini e gli anziani.
Già nel 1917 i patologi militari avevano individuato l’insorgenza di una nuova malattia ad alta mortalità simile all’influenza che attaccava le vie respiratorie, e che negli ospedali militari operanti in pessime condizioni, per cui ogni giorno passavano 100000 soldati vittime di attacchi chimici e altre ferite, trovava un veicolo ideale per la sua diffusione. I soldati malati venivano poi mandati a casa, portandovi la malattia. Ma su tutto ciò cadde la censura.
Soprattutto, quando, negli ultimi anni, si era passati alla guerra di posizione e nelle trincee da entrambe le parti erano stati ammassati milioni di militari. l’incendio divampò.

Dell’attuale pandemia si indaga poco, resta censurata, la sua collateralità con la guerra, della guerra guerreggiata e della guerra economica, combattuta sotto le bandiere del più sfrenato liberismo.
Non si parla della minaccia che costituiscono i milioni di profughi dalla guerra ammassati in campi dove regna la malnutrizione e l’assenza d’igiene o liberi di vagare senza protezione, e dunque senza controllo, in società illusoriamente accanite nella difesa del proprio benessere, in cui cercano soccorso.
Ma non si parla neppure delle politiche economiche che hanno progressivamente sottratto, o hanno investito poche, risorse alla funzione pubblica della cura della salute, lasciando grandi masse di individui a se stessi, allo sbando, nella cura della propria salute. Ad affrontare una situazione di pandemia, certo eccezionale, c’è quindi un sistema sanitario depauperato e inefficiente. E in certi casi ospedali arretrati sono diventati non luoghi di cura, ma focolai dell’infezione.

Per non parlare dei cupi rombi minacciosi che provengono da interi continenti i cui abitanti ingrossano, e ingrosseranno, le fila dei profughi dalla fame.

E’ il momento di una critica dell’avvenire dell’illusione di un potere non innocente che trova nel cupo cavaliere di Albrecht Dürer la propria icona come icona della libertà. L’eroe che, chiuso nella sua corazza, solo con un cane, avanza verso la realizzazione della sua salvezza, incurante, e in guerra, con la massa di vite di scarto che produce nel suo cammino.

Views: 0

Condividi