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Miles christianus

Miles christianus

Si vis pacem para bellum

(E’ un secondo testo sul tema della guerra da me preparato per il Simposio on line del 4 aprile della Società Amici del pensiero.
Vedo che non compaiono i dipinti da me citati)
San Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 10-18) delinea i tratti del miles christianus, impegnato a propagare il vangelo della pace contro i dardi del maligno incitante alla dissolutezza e all’ingiustizia: rivestito dell’armatura di Dio e della corazza della giustizia, con in mano lo scudo della fede e la spada dello spirito, con in testa l’elmo della salvezza combatte “contro gli spiriti del male che abitano le regioni celesti”,
C’è una salvezza cui si può pervenire in guerra contro un male assoluto, della cui costituzione non si è imputabili. Condannati a restare dei parvenu della vittoria.
La funzionalità della guerra al mantenimento della pace proprio della cultura greca e romana , non solo tra stati ma anche al mantenimento della pace civile, resta indiscussa nella cultura cristiana.

E a San Paolo si ispira la cupa incisione Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo di Albrecht Dürer, del 1513, l’anno stesso in cui Niccolò Machiavelli scriveva Il Principe, e che fa parte di tre incisioni note come Meisterstiche, “incisioni maestre”, eseguite tra il 1513 e il 1514 : Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo, Melencolia I, San Gerolamo nello studio.
Tre incisioni in cui Dürer si concede il lusso della meditazione come virtù umana, come premessa dell’azione, della vita activa.

1513 Albrecht Dürer II Cavaliere, la Morte e il Diavolo

Quella di Dürer non è la morte dell’affresco siciliano del 1450 in cui una scheletrica ma iperattiva Morte, sul dorso di un altrettanto iperattivo e scheletrico cavallo, piomba su un Giardino delle delizie per far strage di eleganti dame, vescovi, gentiluomini e popolani.
Un cavallo che avrebbe fatto da modello al cavallo di Guernica di Pablo Picasso, del 1937, Guernica la prima città in assoluto ad aver subito un bombardamento aereo, nel corso della guerra civile spagnola, ad opera dell’aviazione militare tedesca e deciso dai comandi militari nazisti a titolo di esperimento.

1450 Il trionfo della morte

L’incisione di Dürer appartiene a una modernità che ha spezzato l’unità politica e religiosa e in cui si impone la questione della guerra come forma delle relazioni tra quei soggetti collettivi che sono gli stati nazionali, forma non più pensabile nei termini religiosi medioevali, secondo i due pilastri della religione, l’angoscia della morte e la tentazione diabolica come male assoluto.
Una modernità che perviene a un’esplicita identificazione di guerra e politica nel celebre motto, adottato da correnti teoriche e politiche anche contrapposte, di Carl von Clausewitz, generale e scrittore tedesco, impegnato nelle guerre contro la Francia dal 1792 al 1815: “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”.

Lo stesso Immanel Kant, che nel suo progetto Per una pace perpetua, del 1795, meditante sulle condizioni di possibilità di una pratica politica a livello statuale e internazionale che eviti lo scatenamento di conflitti, non oserà portare fino in fondo la critica della guerra. Ammetterà infatti ancora il concetto di “guerra giusta”.
Il trionfo della morte di Pieter Brueghel il Vecchio sembra un commento a quel che scrive Leonardo da Vinci nel 1500 al momento del suo abbandonare Milano per rifugiarsi a Firenze: nel 1499 Luigi XII, re di Francia, aveva invaso il ducato di Milano e “il duca perse lo stato, la roba e la libertà, e nessuna opera si finì per lui” .
Non c’è più qui una morte che piomba sugli uomini. C’è solo una scheletrica, tradizionale, morte alla guida di un carro pieno di cadaveri trascinato da uno scheletrico e sfiancato cavallo.
Il dipinto è attraversato in diagonale dalle mura che dovrebbero difendere la città, ma sulle mura premono fitte schiere di soldati che già hanno devastato il paesaggio rappresentato nel triangolo superiore del quadro, su cui spiccano un albero bruciato le cui radici riarse fuoriescono dal terreno e sullo sfondo colline in fiamme e navi incendiate.

1562 Pieter Bruegel il Vecchio Il trionfo della morte

A devastare la vita degli uomini, a privarli della vita e dei beni, a interrompere i loro progetti non è più l’irruzione di potenze non umane ma della guerra, E’ ormai il tema dell’imputabilità degli stati nazionali che regolano i loro rapporti con la guerra, nella prospettiva della reciproca distruzione.
E nel triangolo inferiore del quadro è rappresentata la devastazione che irrompe nella città cui neppure un re può sfuggire. Nell’angolo a sinistra in basso, accanto al re morente, ci sono sacchi di monete d’oro, la “roba” di cui viene privato.
Il tema della guerra è lo stesso ne Il cavaliere, la Morte e il Diavolo di Dürer, sia pure con tocchi molto più sobri ed essenziali, il tema dell’egemonia culturale di una pulsione di morte e di distruzione che avanza maestosamente e superbamente in un paesaggio roccioso desertificato, in cui spiccano dalla roccia alberi morti dalle radici rinsecchite in vista, un’egemonia ormai insensibile ai temi religiosi dell’angoscia di morte e del diavolo ridotti a spauracchi per bambini.

Essenziale alla meditazione freudiana su Il disagio nella cultura è la sua attenzione al comportamento delle “individualità collettive del genere umano” , dello Stato anzitutto: “Lo Stato in guerra si permette tutte le ingiustizie, tutte le violenze, la più piccola delle quali basterebbe a disonorare l’individuo”. “Si distacca da tutti i trattati e da tutte le convenzioni che lo legano agli altri Stati, ammette senza timore la propria rapacità e la propria sete di potenza”.
“Il privato cittadino ha modo durante questa guerra di persuadersi con terrore di un fatto che occasionalmente già in tempo di pace lo ha colpito: e cioè che lo Stato ha interdetto al singolo l’uso dell’ingiustizia, non perché intenda sopprimerla, ma solo perché vuole monopolizzarla, come il sale e i tabacchi” .

Freud non perde mai di vita che le “individualità collettive” non fanno che sussumere la pulsione di morte e la distruttività individuale, “l’ostilità primaria degli uomini tra loro” , ma proprio per questo ripeterebbe che anche per queste individualità la via dell’innocenza è tutta da percorrere.
Con una complicazione in più: tutti i tentativi, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, di definire un diritto internazionale, crimini di guerra e crimini contro l’umanità per sottrarre le ingiustizie tra stati alla soluzione militare e per farne una questione poliziesca – Tribunale internazionale dell’Aia, o Corte internazionale di giustizia, Tribunale penale internazionale – si sono infranti nell’unilateralismo con cui ciascuno Stato ha insistito nell’avanzare nelle proprie ragioni, contro forme di terzietà giuridiche e giurisdizionali.

O di fronte alla costruzione del nemico assoluto, dello ”stato canaglia” come male assoluto, con cui viene recuperato un tema religioso.

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