Nella ponderosa biografia di Jacques Lacan, magistralmente redatta da Elisabeth Roudinesco (pubblicata in Italia da Raffaello Cortina Editore nel 1995), leggiamo quel che Lacan aveva confidato a Maria Antonietta Macciocchi: «se potessi scegliere un luogo dove morire, sceglierei di finire i miei giorni a Roma. Di Roma conosco tutti gli angoli, tutte le fontane, tutte le chiese… E se non fosse Roma, mi accontenterei di Venezia o di Firenze: mi sento sotto il segno dell’Italia.» (p. 438) Lacan come Freud, anche in questa passione per l’Italia.
Mi è tornato in mente questo passo leggendo la recensione del volume Lacan in Italia di Roberto Bugliani, che si trova su Librioggi, n. 5, 1978.
Il giornalista annota quel che Contri “aggiunge” nel presentare gli interventi di Lacan in Italia dal 1953 al 1978. Rileva infatti che Contri, dichiarandosi «disciple del Maestro», vuole «dare un taglio netto a quella prassi che fa del pensiero lacaniano un uso strumentale», nel preciso intento di «restituire al pensiero di Lacan la propria specificità teorica». La denuncia di strumentalizzazione da parte di Contri fa eco all’accusa di svuotamento della psicoanalisi che lo stesso Lacan rivolgeva ai post-freudiani.
C’è una «lotta intorno alla psicoanalisi»: Bugliani cita le parole che Freud usò nel 1914 e che Contri riporta nell’introduzione al volume e invita a «seguire con attenzione queste vicende, che non sono solo psicoanalitiche, ma i cui consensi e dissensi hanno a che fare, che lo voglia o no Lacan, con concezioni del mondo ben precise». Il giornalista ha capito.
Lo sapeva bene lo stesso Freud quando, appena arrivato esule sul suolo inglese, aveva dichiarato nella sua unica intervista alla BBC: «But the struggle is not yet over.» (7 dicembre 1938)[1]
«Ma la lotta non è ancora finita.» È trascorso poco meno di un secolo. Ci sono ancora psicoanalisti pronti a raccogliere la sfida?
Urbino, 31 agosto 2024
[1] https://youtu.be/JoC8BITnc08?si=tmLV1cAJ1Hj0rnuf
https://societaamicidelpensiero.it/intervista-della-bbc-a-sigmund-freud/
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