A BREVE
  • PROLUSIONE SIMPOSIO 2026/2027: 24 OTTOBRE 2026

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Lettera del Presidente

Ai Soci della Società Amici del Pensiero

Cari Amici,

Con il nostro prossimo incontro del 13 aprile si apre l’ultima terna di sessioni del Simposio SAP 2023/2024.

Come anticipato, saranno a tema tre argomenti connessi e tutti da scoprire di nuovo: Economia, La questione laica e Talento negativo.

A voler nominare quel nesso con una parola, potremmo dire Imputabilità. Imputabilità del soggetto, e dell’altro, riguardo al proprio principio di piacere.

Già! Ma l’imputabilità è un principio giuridico. E se l’individuo non avesse il pensiero dell’altro? Se questo pensiero fosse stato risucchiato nel buco nero dell’ideale dell’amore? 

Suggerisco di leggere il lemma Nulla in Giacomo B. Contri, L’ordine giuridico del linguaggio, Sic edizioni, Milano 2003, pp. 194-198.

Buona Pasqua,

Raffaella Colombo

Presidente Società Amici del Pensiero

Milano 30 Marzo 2024

P.S.

“Nulla”[1]

I filosofi hanno parlato del nulla a modo loro, a partire dal pensiero dell’essere. Lasciamoli per il momento. Ma solo per fare anche noi filosofia: il pensiero di natura non è meno titolato di ogni altra filosofia a indossare questo nome, semmai lo è più legittimamente per avere reintegrato la pietra illegittimamente scartata dalla storia della filosofia.

C’è un altro modo per individuare l’esistenza – J. Lacan scriverebbe ek-sistenza – del nulla fin quasi a toccarlo con mano: esaminando la Teoria dell’amore presupposto.

Analoghiamone l’installazione nel pensiero a quella di un “virus” nel computer (rammentiamo il celebre virus “I love you” che ha fatto disastri nichilizzanti): è facile, alla portata dell’esperienza di tutti anche senza avere studiato Parmenide. Senza però confondere la facilità con un senso di banalità di cui conviene sbarazzarsi. La banalizzazione dà copertura a molte cose.

Consideriamo il caso di un bambino che fino a un certo giorno ha ravvisato nella madre, in termini di esame intellettuale della propria esperienza sensibile, un ragionevole partner a ogni effetto: il suo pensiero sarà, dunque, disponibile – ma in eccesso: è la hybris a rovescio e incolpevole dell’ingenuità – a recepire in se stesso ciò che potrà venirne in segui- to (come è accaduto al piccolo Hans). Un giorno questo bambino potrà sentirsi contrariato dalla madre in qualcosa, poco importa in che cosa, e replicare allo sgarbo con uno sgarbo dovuto (a torto o ragione: la sua è una sanzione, in cui il pensiero è in azione).

A sua volta la madre potrà replicare variamente:

1° riconoscendo un suo errore. Quando è il caso, è conveniente scusarsi con i bambini: ciò li riconosce in ciò che più è importante per il loro benessere e futuro, il loro pensiero co-me orientamento e modo di produzione;

2° sanzionandolo a sua volta con un rimprovero, che se corretto non fa male a nessuno, e se scorretto neanche tanto;

3° ma c’è una terza variante che, se esercitata sistematicamente ossia come Cultura dominante per il bambino, lo perderà nel disastro psichico dell’Amore presupposto. Chiamiamola, propriamente, la variante ontologica. La madre potrebbe replicare, con aria sorpresa e addolorata, per mezzo dello pseudo-interrogativo retorico: “Alla Mamma?!”. Se la Teoria che esso condensa e veicola presiede quotidianamente e sistematicamente all’educazione del bambino, questo, se manca di alternative per esempio grazie al padre, è perduto, come i Troiani dal cavallo di Troia insinuatosi nella loro ingenuità.

Che cosa ha fatto questa madre? Ha fatto decadere il partner (se stessa in questo caso) dal pensiero del bambino, facendo passare la propria realtà sensibile a puro supporto “concreto” di tale decadenza astratta. Ciò è paragonabile, se non identico, all’annullamento – Vernichtung, ancora il nulla – del complesso edipico. Nella storia della psicoanalisi questa sostanza astratta dalla partnership con l’uomo è stata chiamata “madre fallica”, che più d’uno ha denominato, con il titolo di un noto fumetto, “L’uomo mascherato”… da donna. E “La Donna” – che non esiste – fu.

Dunque, che cosa ha fatto? Ecco la risposta: un atto filosofico, propriamente parlando, e atto tragicamente efficace. Ha installato, come virus del pensiero, una velenosa nuova causa – aldilà delle quattro classiche: efficiente, materiale, formale, finale – che chiameremo la causa perduta. Infatti il nucleo logico dell’inganno perpetrato dall’espressione “Alla Mamma?!” è fatto di due componenti altamente astratte:

una sostanza inesistente, nulla, l’astrazione o ideale “La Mamma”, che la de-realizza al cospetto del bambino anche se d’ora in poi questi “le” dedicasse la vita (è qui che Freud parla del caso sventurato del figlio come risarcimento assurdo per una mancanza inesistente);

e un imperativo oscuro che verrà chiamato “amore” ma come parola ormai priva di significato, ossia ancora nulla. Risulterà nel pensiero un niente fatto di due niente: un buco fatto di due buchi, come i due battenti divelti del portone di Troia (o il celebre “coltello senza manico e senza lama”).

In caso di futuro decesso della madre, l’“oggetto” della nostalgia melanconica non sarà quello del ricordo realistico della persona concreta, bensì̀ l’astratto nulla appena descritto. Non c’è stato né potrebbe esserci lutto per il decesso. L’articolo “Lutto e melanconia” di Freud è il più filosofico degli scritti freudiani.

Questo niente causale, o causa perduta, ha come ogni causa un effetto. Questo effetto è un fare che definiamo per mezzo dell’espressione “fare a meno” presa rigorosamente alla lettera, e come si dice “fare a pugni”. La vita del soggetto, che avrà come tutti un suo concreto fare quotidiano, avrà l’a meno, cioè la perdita, come la sua costante modalità logica. Lo si osserva nello smarrimento di ogni specie di oggetti anche di valore (non si tratta di lapsus), nel lasciar perdere occasioni e relazioni d’interesse, via via fino al caso della donna che riesce a persuadere il chirurgo a tagliarle via proprio “tutto”, come una voltairiana Cunegonda autogestita.

C’è chi ha concluso, psicoanalisti compresi, che la parola “amore” è priva di significato e senso, a parte quello insensato che è detto “innamoramento” o “amore narcisistico”, e quello non disgiunto e ossessivo detto “oblativo”.

Non è questa la conclusione del pensiero di natura e del suo sbocco nell’ordine giuridico del linguaggio. Questo in- fatti risolve la parola “amore” in un’altra espressione linguistica: “Mi-va” presa anch’essa rigorosamente: (segue schema reperibile nel link segnalato sopra) in cui l’andare ossia il moto autonomo di un Altro soggetto si con-pone con profitto con il moto ugualmente autonomo di un Soggetto, a condizione appunto che questo con-ponga con quello un patto (norma) per mezzo dell’atto di una iniziativa. E abbiamo ripetuto più volte che i sessi con-pongono anch’essi questa legge giuridica per mezzo del non fondare su di essi alcuna pretesa, cioè del non attribuire loro valore. Attribuire valore ai sessi è la definizione di prostituzione: ecco perché́ la vita sessuale è “normalmente” prostituiva, anche quando l’apprezzamento, o misura del valore, non è monetario.

Questa legge (giuridica) di moto potrebbe ora ricevere un nuovo nome, quello di causa guadagnata. Nella partnership il primo profitto è la causa stessa.

Sporgiamoci, per amor di logica, fino all’“amore di Dio”. Salvo eccezioni, ormai è precipitato anch’esso nell’amore presupposto ossia nella causa perduta. Che si cerca di proteggere alla solita maniera, con un profluvio di parole da off limits come “mistero”, “ineffabilità”, “imperscrutabilità”. Ma è un vero… peccato che non ci si accorga che qui la Rivelazione cristiana ha fatto un favore a tutti, credenti e non, sul terreno concettuale, per il fatto di avere tolto i limits. Infatti la rivelazione trinitaria enuncia che “Dio” significa una partnership produttiva (perfino a tre) il cui regime è appunto quello appena denominato “mi-va”. Una partnership non da masochistico maso chiuso divino, bensì̀ diffusiva illimitatamente, così come illimitato è il pensiero (quando non è provincialmente-patologicamente limitato) in virtù della metanatura in cui consiste la sua “natura”.

Possiamo non escludere che il nichilismo dei filosofi troverebbe da rinfrescarsi il pensiero a partire da questo primo nichilismo della vita quotidiana: perché́ l’essere può ridursi a mero essere-presupposto non meno dell’amore.

________________

[1] G.B. Contri, L’ordine giuridico del linguaggio, Sic Edizioni, 2003, pp. 194-198, anche a questo link: L’ORDINE GIURIDICO DEL LINGUAGGIO

TESTO INTEGRALE

Società Amici del Pensiero – Studium Cartello 2024
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