G. M. Genga, Personale: un ricordo di Giacomo Contri

Si dice che è difficile credere alla resurrezione dei morti. Ma il difficile è pensare che Giacomo Contri è morto.

Con queste stesse parole Contri commentò la morte di Jacques Lacan nel settembre 1981. [1]

Un tale affetto per chi era stato suo analista e maestro non era affatto scontato in quegli anni nel milieu psicoanalitico, cis- o trans-alpino che fosse.

Ora faccio mie quelle parole, non solo perché «se ami i tuoi maestri, li copi» (Gauguin), ma perché esse dicono molto bene che cosa è il lutto, fenomeno cui nessuno è estraneo e di cui nessuno può dirsi specialista (da Freud ho imparato che lutto non è melanconia).

Sono stato dapprima suo analizzando – o analizzante, ora la differenza non rileva – poi suo collega, quindi suo amico. Se è vero che la scomparsa di una persona cara rende più vulnerabili, mi occorrerà del tempo per tornare ad amministrare pensieri ed affetti.

Quel che posso offrire qui è solo l’inizio di un lavoro di ricapitolazione, che mi e ci attende.

Ma ora un passo indietro (nel digitare, ho appena fatto un lapsus, che segnalo: passio, anziché passo).

1974. L’inizio

Gli telefonai nel maggio 1974 per chiedergli un appuntamento: 02-702151, il numero del suo studio in Largo Augusto. Mi ricevette il 4 giugno di quell’anno, un mese prima del mio esame di maturità.

Tornai a trovarlo in ottobre, dopo essermi iscritto al primo anno di medicina, e vidi in quello stesso studio, elegante e curatissimo, pile di copie fresche di stampa degli Scritti di Lacan (Einaudi, 28 settembre 1974). A soli trentatré anni, Contri aveva appena portato a termine traduzione e cura dell’edizione italiana degli Ecrits (1966). Il testo, già ostico in lingua originale, era reso ancor più difficile dallo stile del Nostro il quale, nell’Avvertenza del traduttore, metteva in guardia il lettore: «L’indubbia difficoltà del testo lacaniano non è né casuale né accessoria, non bisogna dunque che il traduttore si proponga di risolverne il problema per il lettore.» Come si dice: uomo avvisato…

Per mio conto, ancora quindicenne, avevo letto d’un fiato il Trattato di psicoanalisi di Musatti (Einaudi, 1953). Ebbi l’idea di chiedergli l’analisi per diventare analista a mia volta. Contri, molto correttamente, mi consigliò di non distinguere tra analisi personale e analisi didattica: l’analisi è una sola. Ad ogni modo, mi ero trasferito da Pesaro a Milano per questo motivo. Hoc erat in votis. Ma, come si sa, tra il dire e il fare… mi ci vollero anni per rompere gli indugi: continuavo a procrastinare, mentre seguivo volentieri alcuni dei suoi Corsi e Seminari.

Nell’aprile 1983, specializzando in psichiatria, partecipai ad un convegno promosso da Contri e altri suoi colleghi italiani e francesi: Gli effetti terapeutici dell’esperienza psicoanalitica. Gli sentii dire: “la psicoanalisi è (…)”, o “la psicoanalisi non è (…)”. Non ricordo affatto i predicati, e certo capivo solo qualcosa di quel che diceva, ma notai il modo assertivo, proprio di chi conosce bene ciò di cui parla. Gli altri relatori, anch’essi psicoanalisti, intervenivano su singoli aspetti della psicoanalisi. Il mio orecchio colse la differenza. Pensai: di uno così posso fidarmi. La settimana dopo ero sul suo divano. Quattro sedute alla settimana.

Nell’autunno di quello stesso anno iniziai a partecipare alle attività di Lavoro psicoanalitico (LP), l’Associazione cui aveva appena dato vita, composta da medici, filosofi, psicologi, psicoanalisti in formazione. Contri mi invitò in modo molto discreto. Precisò infatti che avrei potuto accettare o declinare l’invito: l’analisi appena iniziata non sarebbe stata in alcun modo un’analisi di serie B. Usò una frase del genere, comprensibilissima: una pietra miliare.

Compresi che un analista considera sempre il paziente competente quanto alle proprie scelte. Negli anni imparai a conoscere e ad usare il concetto di facoltà.

Diversamente da altre comunità psicoanalitiche esistenti, LP introduceva nel suo programma la parola lavoro fin dalla ragione sociale, aggiungendo l’innovativa distinzione tra lavoro dell’inconscio e lavoro psicoanalitico.

Il seguito… in seguito. Ora mi limito a riferire un fatto, un ricordo altrettanto personale, che risale agli ultimi giorni prima della sua morte.

2022. Il commiato

Nell’ultima conversazione, mercoledì 12 gennaio, pochi giorni prima che morisse, anziché proporgli il caso di qualche mio paziente, volli raccontargli un mio sogno di quei giorni.

Da qualche settimana i nostri incontri di supervisione – seguiti regolarmente dalla colazione o Tischrede a tre, con Raffaella Colombo e me – avvenivano nella sua abitazione, anziché nello studio sito al piano sottostante.

Entrambi sapevamo, senza dircelo, che non vi saremmo più tornati.

Ed ecco che nel sogno mi trovavo invece nel suo studio, come era stato per anni. E gli chiedevo: «Ma allora, se la pulsione non è un istinto, che cos’è? Qual è il primo momento?» Ed egli a me, parlando a fatica: «Kelsen!» Come a dire, quasi spazientito: «Legga Hans Kelsen [filosofo del diritto]: perché me lo fa ripetere?»

Curioso: io, sognatore, Kelsen l’avevo letto davvero, anni fa.

Glielo racconto. Lui mi ascolta. Mi guarda, attento – non era sua abitudine – e con un filo di voce mi dice: «Kelsen: la concezione giuridica dell’amore.»

Io: «Nessun altro lo ha detto, vero?» Contri: «No.»

Questo è stato Giacomo Contri: un uomo che ha lavorato perché la psicoanalisi possa un giorno fecondare il diritto, a vantaggio di tutti. Mi disse proprio così, anni fa: «fecondare il diritto».[2] Tempo dopo, ricordando quella frase, andai a cercarla nei suoi scritti, ma non la trovai. Egli stesso non ricordava se l’avesse scritta davvero. Ciò non toglie che me la disse.

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[1] Ecco il passo: «Si dice che è difficile credere alla resurrezione dei morti. Ma il difficile è pensare che Lacan è morto. Lacan mi ha fatto compagnia: mi ha accompagnato per tredici anni. Anch’io.» (G. Contri, Il Sabato, 15 settembre 1981). Potrei proseguire facendo mia anche la frase successiva: Contri mi ha fatto compagnia, mi ha accompagnato per quarantasette anni, etc.

[2] Un’idea, questa, la cui negativa ci è offerta dalla figura, enigmatica ma non innocente, del protagonista della celebre parabola di F. Kafka Davanti alla legge (Vor dem Gesetz), la cui recente rilettura debbo a Barnaba Maj.

Milano, 30 gennaio 2022

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