G. M. Genga, In memoria di Giacomo Contri

Anni fa Enrico Leonardi e don Gabriele Mangiarotti invitarono Giacomo Contri a scrivere su questo sito. Ricordo l’entusiasmo con cui egli raccolse la loro proposta: il suo Catechismo dell’universo quotidiano ebbe inizio nell’estate 2009. Mai, neppure una volta, ricevette pressioni o censure su quel che scriveva. Cosa assai rara. Il lettore ne pensi quel che vuole.

Mentre mi accingo a tratteggiare la figura e l’opera di un uomo che amava definirsi, un po’ provocatoriamente, “feroce psicoanalista” e “cattolico impenitente”, so di scrivere per credenti e miscredenti, siano essi amici, colleghi o pazienti. È un test di maturità.

Sono stato dapprima suo analizzando (o analizzante, ora la differenza non rileva), poi suo collega, quindi suo amico. Accade sempre che la scomparsa di una persona cara renda più vulnerabili: anche a me occorrerà del tempo per tornare ad amministrare pensieri e affetti. Queste righe non sono che l’inizio di una ricapitolazione che mi e ci attende: gli apporti, le scoperte, gli spunti offerti da Contri nella sua ricerca pluridecennale sono una miriade.

1. In memoria

Si dice che è difficile credere alla resurrezione dei morti. Ma il difficile è pensare che Giacomo Contri è morto.

Con queste stesse parole Contri commentò la morte di Jacques Lacan nel 1981. Un tale affetto per colui che era stato suo analista e maestro non era affatto scontato in quegli anni nel milieu psicoanalitico, cis- o trans-alpino che fosse.

Faccio mie quelle parole, non solo perché «se ami i tuoi maestri, li copi» (Gauguin), ma perché esse dicono molto bene che cosa è il lutto, fenomeno cui nessuno è estraneo e di cui nessuno può dirsi specialista. Da Freud ho imparato che lutto non è melanconia.

Scorrendo i libri, saggi e articoli di Contri, la prima impressione è la mole di quella produzione, insieme all’originalità di molti dei suoi titoli, alcuni dei quali possono apparire ostici o lasciare un po’ freddini.

Nel novembre scorso, Raffaella Colombo ed io abbiamo voluto raccogliere messaggi augurali e contributi di molti suoi amici e colleghi, appartenenti e non alla Società Amici del Pensiero ‘Sigmund Freud’. Il volume è stato il nostro regalo per il suo ottantesimo compleanno. Contri, aprendo l’elegante confezione che Raffaella gli porgeva, ha esclamato: «Non ho parole!». Detto da uno psicoanalista, non è poco. Siamo riusciti a sorprenderlo: credeva fosse una selezione dei suoi scritti, mentre proprio su quegli scritti… altri si erano cimentati.

La sua tenace riflessione lo ha reso spesso inviso a quasi tutti gli psicoanalisti italiani e francesi, come pure a molti cattolici. Vero. Il che gli ha procurato più di un dispiacere. Vero anche questo.

La chiesa cattolica e la comunità psicoanalitica, realtà ben distinte e imparagonabili tra loro, non gli hanno fatto granché posto, sia pure con qualche importante eccezione. Sebbene preti e psicoanalisti si siano entrambi occupati della cura d’anime – espressione in uso ai tempi di Freud, come leggiamo nel suo epistolario con il pastore Oskar Pfister – ciò non è stato affatto un trait d’union. Anzi: è ben nota la diffidenza della chiesa cattolica nei confronti della psicoanalisi, come pure il fatto che gli psicoanalisti hanno sempre snobbato la chiesa.

2. «In caso di Ultimo Giudizio»

L’espressione è tratta dall’ultima pagina del suo testamento, letta da Raffaella Colombo alle esequie e pubblicata il giorno stesso sul blog Think! Contri ci ha convocati fino all’ultimo momento a riscoprire il concetto di sovranità. Ha lavorato a «riabilitare quell’uomo (‘a immagine e somiglianza’) che è stato precocissimamente diffamato come animale».

Nel settembre 2017, allorché i giornali scrissero che negli anni Settanta Bergoglio, ancora vescovo in Argentina, si era rivolto ad una nostra collega, Contri commentò: «Andando da Freud (nei panni di una psicoanalista ebrea) questo Papa si è comportato da san(t)a sede ancora prima di essere Papa.»

Una volta mi disse: «Persino il Papa, quando sogna, non sogna da Papa.» Impossibile sopravvalutare la stima che nutriva, e professava, per il Papa, anche sulle pagine di questo stesso sito: stima non per questo o quel Papa, ma per l’Istituzione detta “Papa”. Se persino il Papa non sogna da Papa, allora bisogna ripensare tutti i rapporti tra individuo ed istituzioni. Ricordate «libera Chiesa in libero Stato»? In non pochi sogni, nostri e dei nostri pazienti, figurano nozze, tribunali e are. Eppure, tardiamo a comprenderlo: nei sogni vi è più libertà che nella nota espressione resa celebre da Cavour. Ciò va preso alla lettera: come si dice, papale papale.

3. Elogio dei dogmi

Per Contri non c’era tempo da perdere. Ritengo che vivesse proprio così.

Operaio intellettuale dai suoi inizi fino all’ultimo giorno, non ha mai perso un’occasione per essere presente sulla scena del dibattito pubblico. Per lui, l’asserzione paolina «il tempo si fa breve» non voleva affatto dire che si può solo invecchiare, ma che il tempo è un affare da res cogitans: diventa breve ogni qualvolta ci risulta facile il tragitto dall’eccitamento (la comparsa di una buona idea) alla meta (la sua realizzazione). Purtroppo, solitamente le cose vanno nel modo opposto: basti pensare ad angoscia, inibizione e sintomo, nonché all’«uso torrentizio» che Lacan faceva della parola articulation.

Si constata che la patologia fa perdere tempo. È uno dei motivi per cui essa è antieconomica, sempre.

Ha fatto benissimo Enrico Leonardi ad intitolare Elogio del dogma la sua pagina in onore di Contri nel volume collettaneo già citato. Ogni dogma, infatti, è una proposizione posta per non far perdere tempo, per concludere. Contri aveva imparato a procedeva per dogmi, dopo anni in cui si era avvalso di enigmi e questioni:

– un enigma è qualcosa che mi interroga (Meeting, 1983);

– formulare una questione significa sottomettere a verifica un’idea, propria o altrui (Odio Logico, 1987);

– porre un dogma è proporre una proposizione chiara e distinta come universalmente valida (La vicissitudine novecentesca dell’idea di ortodossia, 1993).

Se c’è una cosa che posso testimoniare è che Contri ha sempre detto pane al pane e vino al vino. Così, il lettore che voglia accostare il suo saggio Luigi Giussani e il profitto di Cristo (2005) farebbe bene a leggere anche, poco prima o poco dopo, Una logica chiamata uomo. Il profitto di Freud, redatto nello stesso anno.

4. Ultima supervisione. Commiato.

Nell’ultima conversazione avuta con lui mercoledì 12 gennaio, pochi giorni prima che morisse, anziché proporgli il caso di qualche mio paziente, volli raccontargli un mio sogno di quei giorni.

Da qualche settimana i nostri incontri avvenivano nella sua abitazione, anziché nello studio sito al piano sottostante. Entrambi sapevamo, senza dircelo, che non vi saremmo più tornati.

Ed ecco che nel sogno mi trovavo invece nel suo studio, come era stato per anni. E gli chiedevo: «Ma allora, se la pulsione non è un istinto, che cos’è? Qual è il primo momento?» Ed egli a me, parlando a fatica: «Kelsen!» Come a dire, quasi spazientito: «Legga Hans Kelsen [filosofo del diritto]: perché me lo fa ripetere?»

Curioso: io, sognatore, Kelsen l’avevo letto davvero, anni fa.

Glielo racconto. Lui mi ascolta. Mi guarda, attento – non era sua abitudine – e con un filo di voce mi dice: «Kelsen: la concezione giuridica dell’amore.»

Io: «Nessun altro lo ha detto, vero?» Contri: «No.»

Questo è stato Giacomo Contri: un uomo che ha lavorato perché la psicoanalisi possa un giorno fecondare il diritto, a vantaggio di tutti. Mi disse proprio così, anni fa: «fecondare il diritto». Tempo dopo, ricordando quella frase, andai a cercarla nei suoi scritti, ma non la trovai. Egli stesso non ricordava se l’avesse scritta davvero. Ciò non toglie che me la disse.

Contri si definiva «socio di diritto in forza del battesimo» di quella Società giuridica che è la Chiesa. Ma quanto tempo dovrà passare perché un cattolico si fidi di uno psicoanalista?

Pubblicato su CulturaCattolica.it: https://www.culturacattolica.it/educazione/father-son/in-memoria-di-giacomo-contri

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