Il concetto di giudizio messo a fuoco da Freud è tale da unificare i diversi significati che il sapere accademico interpreta come separati, o meglio, ha separato.[1]
“Il giudicare è l’azione intellettuale che decide la scelta dell’azione motoria, che pone un termine al differimento del pensiero e assicura il passaggio dal pensare al fare.” S. Freud, La negazione).
Freud non solo ne unifica il concetto e lo definisce facoltà, ma ne fa emergere complessità e dramma.
La facoltà di giudizio è individuale, positiva ma esposta alla rimozione, dunque incompiuta, e la sua corruzione porta ad ammalarsi. Ecco il dramma: ciò che serviva a concludere, nell’esperienza individuale risulta difettoso, ed è proprio il principio di piacere che sta alla sua base a limitarne l’esercizio rimuovendolo.
G.B. Contri porterà avanti l’argomentazione freudiana mostrando che la facoltà scoperta da Freud è il giudizio di imputazione,[2] “un giudizio propriamente giuridico”.[3]
Il giudizio di imputazione, con conseguente sanzione (di premio prima ancora che di pena),[4] istituisce l’universo degli altri come giurisdizione universale di soggetti liberi perché imputabili.[5]
“Non giudicare!” è l’imperativo di massa che odia l’io, la sua competenza, libertà e imprenditorialità.
“Non giudicare!” lo comanda il super-io che corrompe la capacità di giudizio dell’io.[6]
La psicopatologia è una difesa non dalla realtà, ma dalla realtà diventata insopportabile in seguito al mancato giudizio sull’ostilità al pensiero di cui la realtà è intessuta. Mancato giudizio che in verità è giudizio contro: o contro il soggetto stesso (nevrosi) o contro la realtà concreta (perversione, crimine e guerra).
Là dove a connotare la facoltà di giudizio sono parole come verità e sanzione, conclusione e fine di soddisfazione, a connotare la mancanza di giudizio sono invece parole come abdicazione, censura e inconcludenza, imposizione e rinuncia, senso di colpa e angoscia (la freudiana “angoscia morale”).
L’assillo della nevrosi che si chiede “perché?” non è che l’aggiramento censorio del giudizio di imputazione. L’inconcludenza sarà la difesa dall’angoscia e la soddisfazione si pagherà.[7]
Chi giudica si dispone al giudizio.
Chi non giudica, mente sul giudizio: pregiudica l’altro identificandosi all’altro. E il suo giudizio è di condanna. Senza perdono. Perdonare è concludente ed è un lavoro.
L’essere umano inizia giudicando, si ammala rinunciando a farlo, guarisce autorizzandosi a farlo.
[1] “La Critica del giudizio kantiana è il capolavoro moderno della bancarotta dell’unificazione del giudizio: conoscitivo, di gusto, teleologico, giudiziario nel diritto naturale e statuale.” (G.B. Contri, Il pensiero di natura, p. 93 nota 59). Annotiamo come Freud, nel primo tentativo di redigere un progetto di psicologia (1895), sia ricorso ai termini kantiani per nominare i distinti lavori del pensiero e le loro procedure. E che proprio perciò la distinzione da Kant (che pur non nomina) si palesi persino con maggiore evidenza.
[2] È il freudiano “pensiero critico” (giudizio = critica), quella forma di pensiero propria del lavoro psicoanalitico che, rivolta al pensare stesso, rintraccia errori ed è in grado di correggerli (Vedi Freud, 1914). Si tratta dello stesso giudizio di imputazione, rintracciabile inizialmente nella legge di moto (pulsione) una volta assunto dal pensiero come facoltà giudicante. (Vedi Freud, Ricordare, ripetere e rielaborare; La negazione; Progetto).
[3] Giudizio di imputazione come giudizio di verità: verità del legame sociale (imputabilità dell’altro per il suo apporto) e sul legame sociale (pensiero del soggetto sull’altro). O, all’opposto, imputazione non della loro falsità bensì della loro menzogna.
[4] Sul principio di piacere come facoltà di giudizio composta di tre giudizi distinti (e non dotazione naturale), Vedi Il pensiero di natura, pp. 93-94.
[5] Ripercorrendo la corruzione della facoltà di giudizio descritta da Freud in due tempi (“fase fallica” e complesso di “castrazione”), Contri la ricostruirà aggiungendo un primo tempo: il tempo della corruzione della capacità di giudizio che avviene “attraverso un inganno prodotto nel Soggetto da una menzogna proferita dall’Altro” (Il pensiero di natura, pp. 94-97; 207-209).
[6] Super-io: l’ipostasi dell’io che dopo avere sottratto all’io la proprietà di autorizzarsi ad agire in vista di ottenere soddisfazione (inibizione), dunque a giudicare dell’azione propria e altrui, lo istiga a agire da io e a regolare i suoi rapporti secondo una legislazione idealmente egualitaria e fattuale dove non è più questione di soddisfazione ma di essere in funzione di un dover-essere. Da io, da madre, da padre, da figlio, da uomo di successo…: ecco l’ideale dell’io e il narcisismo (l’io che si specchia nel suo ideale). (Il pensiero di natura, pp. 320-340).
[7] Il pensiero di natura, III. 7, pp. 207-215.
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Società Amici del Pensiero Sigmund Freud L'albero si giudica dai frutti