C. Alvisi, Giacomo B. Contri e la scoperta del pensiero giuridico individuale

Leggo da anni, con interesse, le pagine di Giacomo B. Contri, cultore e autore di una scienza della legge di moto dei corpi (umani), moto a meta o soddisfazione nell’universo dei corpi. Si tratta di una scienza giuridica del pensiero, irriducibile alla psicologia, “perché non esistono leggi del pensiero”, che invece (com)pone la legge del suo andare.

Giacomo B. Contri partendo dalla cura (analisi) dell’umano (vita psichica) scopre il diritto: la vita psichica è vita giuridica. Il pensiero di natura distingue la persona dalla Natura e viene scoperto da Contri sul campo – attraverso la cura delle sue deviazioni (psicopatologia), documentate scientificamente da una “giurisprudenza psicoanalitica” – come pensiero giuridico individuale.

Che cosa è il diritto scoperto da Contri? Il diritto è ordinamento, come si dice ordinamento giuridico. I giuristi trovano familiare questo termine, che però nella scienza giuridica rinvia sovente al postulato gerarchico e organizzativo assoluto di un programma (religioso, politico, culturale, oggi anche informatico) il cui fondamento resta nell’ordine del comando. Anche la dottrina giuridica contemporanea, che pure ha denunciato l’insufficienza della concezione normativistica antica e poi illuministico-liberale dell’ordinamento come insieme di comandi del legislatore-autorità  ed ha valorizzato piuttosto il ragionamento per principi nella costruzione interpretativa delle norme, talvolta affermando il primato della jurisdictio sulla legislatio, resta all’interno di una concezione del diritto come comando che decide conflitti (magari senza giudicare, i.e. secondo valori e non secundum legem).

Contri invece ci sorprende usando un esempio che è sotto gli occhi di tutti. Fare ordinamento è come apparecchiare una tavola, fare dei posti, poi arriveranno quelli che prendono posto: prima c’è il posto, poi c’è chi prende posto. Con la precisazione che i posti sono liberi, non sono ruoli, perché non fissano nessuno ad un predicato (il predicato è uno schiavo, come i servi della gleba, che non potevano spostarsi dal villaggio loro assegnato senza autorizzazione).

Quel fare posto è anzitutto un potere del pensiero (Contri lo chiama “talento negativo” o “talento del rapporto” o “principio di non obiezione”, un principio costituente), che consente che ci siano dei commensali, dà loro esistenza civile, come amici e cittadini. Prima che quel posto sia istituito dal pensiero non c’è l’altro reale. Finché l’altro non viene istituito “prossimo” da un individuo pensante, l’essere umano resta una sagoma (uno straw-man, un hollow man, citando T.S. Elliot), e sappiamo che le sagome possono anche diventare bersagli. Il pensiero giuridico di natura toglie l’umano dallo stato di sagoma (ed anche dallo status di animale, oggetto di istinti), gli attribuisce realtà di soggetto giuridico, lo riabilita come soggetto della civitas o uni-verso. Il pensiero di natura è fonte di una legge di cittadinanza così come la città è, per Contri, il consesso umano giuridicamente unificato, reso uni-verso dal pensiero giuridico di natura (quest’ultimo aggettivo da intendersi, mi sembra, come universale e non ‘secondo natura’).

Mi tornano in mente le parole del giusromanista Yan Thomas, nel saggio « Le droit entre les mots et les choses. Rétorique et jurisprudence à Rome »: lo ius civile, di tutti i discorsi l’unico che istituisca il mondo che designa, ha introdotto nell’antica Roma un pensiero totalmente originale ed autonomo rispetto alla religione, alla filosofia e alla retorica, il quale costituì l’espressione compiuta dell’idea della città (“l’expression achevée … de l’idée de la cité”): “avant d’etre public ou privé le jus est civile parce qu’il instaure, entre concitoyens, cette commune mesure qui universalise l’échange et l’égalité”.

Nasce dunque da una svista o smarrimento l’idea che anche un algoritmo possa venire insignito della personalità giuridica, come se il diritto potesse davvero ridursi alla pura attività computazionale, al calculemus leibniziano, prescindendo dalla realtà della coppia offerta-domanda e dall’esperienza di soddisfazione. Leggendo Contri mi sovviene che l’etichetta “computational law” è un ossimoro, che in fondo diffama il diritto.

Contri ci dice che, invece, il diritto è, anzitutto, l’atto di pensiero (sano) che prepara un posto legittimo per l’avvento dell’altro reale, che a sua volta può essere fonte di un moto conclusivo, soddisfacente. D’altronde non basta aprire la finestra per vedere la realtà, né basta la Natura per istituirla. Occorre il diritto, un uomo che pensi a fare posto all’altro, ad ogni altro, come potenziale fonte di beneficio, cioè come offerta. Perché la realtà non è quella naturale ma è offerta: “ciò che segue all’offerta è poi la sua elaborazione”: non solo la domanda, ma quel movimento che è lavoro (il Candide di Voltaire dice: cultiver le jardin), che parte come decisione (giudiziaria) dell’individuo, cioè dal giudizio (o sanzione, innanzitutto premiale) sull’offerta dell’altro reale. In ciò consiste il regime (giuridico) dell’appuntamento, la conclusione offerta da Contri a proposito del sillogismo freudiano, rieditato come una legge di cittadinanza.

Mi sono chiesta se la scoperta di Contri a proposito del pensiero di natura come pensiero giuridico individuale, potesse essere rappresentata da un’immagine. Mi è venuta in mente l’Ultima Cena di Leonardo. Nel cenacolo vinciano è rappresentato molto di più di una ordinatio fidei. C’è una tavola apparecchiata, c’è un uomo che ha così disposto onde invitare i suoi discepoli, che divengono suoi commensali (“non vi chiamo più servi … ma vi ho chiamato amici”, Gv. 15,12-17), il quale offre loro la sua parola incarnata, ed essi accettano di mangiarla, di elaborarla a loro volta, benché vi sia anche chi tradisce. In effetti leggendo Contri mi è accaduto di pensare che anche nell’Ultima Cena vi sia una rappresentazione del pensiero di natura, dell’ordinamento giuridico e dell’habeas corpus.

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