A. Vivenzio, Giacomo B. Contri, L’eredità del pensiero ancillare

Ho conosciuto per la prima volta (il pensiero di) Giacomo Contri attraverso la lettura di alcuni suoi testi, inizialmente difficili per me da comprendere. Dopo poco ho scoperto che quella difficoltà proveniva da una remora nel pensare che qualcuno osasse scrivere (e dire) certe cose.

Eravamo ad Urbino nei primi anni del 2000 e sentire parlare delle sue idee da alcuni suoi amici mi incuriosiva al punto da decidere di iniziare a lavorarci sopra. Così ci fu la prima tesi, poi la seconda, gli incontri prima dello Studium Cartello poi della SAP, e ancora l’analisi a Milano tutti i venerdì.

“Occorre avere cura delle proprie resistenze”; questo che può sembrare un titolo è l’incipit con cui Giacomo B. Contri ha avviato i lavori dell’ultimo Simposio della Società Amici del Pensiero – da lui presieduta fino a quel giorno – a cui ha partecipato. Continuando che ancora tanto lavoro c’è da fare.

Questo ultimo personalmente recepito come un invito a proseguire il suo encomiabile e fecondo lavoro.

Venerdì 21 gennaio u.s., giorno del nostro consueto appuntamento nel suo studio, che per ragioni di comodità si era spostato al piano superiore, ho avuto il privilegio di incontrare Contri un’ultima volta, beneficiando del suo prezioso lavoro fino alle ultime ore di vita.

“Il bambino è quello che noi saremmo se fossimo maturi”[1]

La sua posizione nei confronti del pensiero del bambino non era certo nuova, prima di lui Gesù e Freud avevano “scoperto” l’esistenza del pensiero nel bambino, definendolo un imprenditore che attinge a tutti gli sportelli per ricavare il proprio profitto. Come amava dire “portare acqua al proprio mulino”, un’idea economica, giuridica ed affettiva di che cosa è e fa un bambino. Riusciva a sintetizzare in una sola frase interi capisaldi del suo pensiero.

Dal suo lavoro ha preso le mosse il mio lavoro quotidiano, a partire dal nome che ho scelto per orientarmi: L’Officina dei Talenti.

Amava definirsi operaio e tale considerava i bambini, che come il “servo” (non schiavo) della parabola dei Talenti (o mine) genera frutti dal suo rapporto con il “signore”.

Operaio è colui che produce, a partire da una materia prima posta, ovvero diritto positivo.

Il bambino a due anni si è già costruito da sé competentemente il clavicembalo del linguaggio.

“Posto un rapporto, quello tra investitore e produttore, questo viene ricompensato (in potere non in denaro) per avere prodotto profitto:

chiamo “amore” questo rapporto o partnership (so che non lo dice nessuno).”

Tutto ciò si può trarre dalla sua opera Omnia:

https://www.operaomniagiacomocontri.it/tag/parabola-dei-talenti/

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[1] Giacomo B. Contri, Che cosa è un bambino – VITA Magazine settembre 2000

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