di Alessio Lo Giudice – 31 Marzo 2025 alle 11:16
I giuristi hanno il compito di far sentire la voce del diritto, di resistere di fronte all’invito minaccioso a stare in silenzio e a occuparsi esclusivamente di tecnicismi di dettaglio
L’incapacità delle regole e dei principi giuridici di frenare azioni politiche, interne e internazionali, dettate da volontà di potenza, come accade con Russia e Stati Uniti, potrebbe farci rassegnare a una subalternità del diritto rispetto alla politica. Potrebbe cioè indurci ad ammettere che, quando il potere politico è in mano a esseri umani animati da pura sete di dominio, il diritto è inerme, se non complice.
Sennonché il diritto non va necessariamente pensato come una mera espressione della volontà politica, come una sovrastruttura dell’assetto di potere vigente in un dato momento storico. Al contrario, a un’azione politica che alimenta il conflitto e che del conflitto si nutre, bisognerebbe opporre lo spazio di autonomia del diritto, provando ad isolare gli elementi della grammatica giuridica che sono indipendenti dalla contingenza politica.
Da Ulpiano a Kant, al concetto di diritto è associata, infatti, l’idea della mediazione, dell’equilibrio e della conciliazione tra le libertà individuali. Tanto nel nucleo di senso del diritto privato, quanto in quello del diritto pubblico, si coglie l’obiettivo di garantire relazioni pacifiche tra gli esseri umani, di rispettare l’autonomia individuale e di tutelare i diritti e i bisogni degli individui. Per questa ragione sono previsti limiti, posti a diversi livelli dell’ordinamento, volti ad evitare che la libertà individuale si risolva in arbitrio bruto a danno degli altri soggetti parimenti liberi. … (segue)
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